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  Margherita Achenza

Ritrovare i caratteri originali delle maschere carnevalesche è possibile, anche se con difficoltà, consultando i testi scritti negli anni passati, intervistando le persone di una certa età e comparando quanto risulta da queste testimonianze con ciò che ancora viene utilizzato, in contesti diversi o nelle zone più conservative.


Una ricerca strutturata nel modo anzidetto ha fatto emergere un quadro d’ambiente gallurese in cui, al di là delle maschere di cartapesta, prendono corpo altre figure carnevalesche utilizzate fino ai primi anni del Novecento.
È ormai unanimemente accettato il fatto che le maschere popolari hanno origine diabolica, come proposto da Paolo Toschi. Il camuffamento veniva realizzato con abiti dismessi, pelli e pellicce ormai logore. Registra Francesco Cossu: «Gli uomini si annerivano la faccia con la fuliggine dei paiuoli, si camuffavano buttandosi addosso tutti i cenci, infagottandosi di vecchiume, caricandosi di pelli, sonagli, campanelli, conducendo in mezzo alle brigate le figure sinistre degli antichi satiri, dei baccanti, dei coribanti, dei primitivi attori, di cui Tespi si serviva per rappresentare i primi abbozzi di tragedia, sopra i carri di città in città». Francesco Alziator, a sua volta, sostiene che: «massima attrazione del carnevale sardo sono le maschere animalesche barbaricine. Qualunque sia l’origine più remota di questa manifestazione, certo è che in Sant’Agostino vi è una sicura testimonianza di mascherate ferine e di maschere animalesche.
Quando Alziator conduceva le sue ricerche in Sardegna i costumi animaleschi erano già scomparsi quasi ovunque, questo non implica, però, che fossero presenti solo in Barbagia; Francesco de Rosa riferendosi al carnevale in Gallura, alla fine dell’Ottocento, precisa infatti che: «fra le maschere che più riescono gradite sono i cosiddetti “buffoni” (mascari brutti), che indossano abiti sbrindellati, spesso sudici o pelli di vacca o di montone, o cuoi di bue o di vacca, con corde a tracolla o alla cintura, con sonagli e buccole che squillano continuamente. Cotali maschere, colle lepidezze, colle mimiche svariate, colle buffonate e colle curiose scene che rappresentano, fanno sganasciar dalle risa gli astanti; onde vengono seguiti da lungo codazzo di fanciulli. Questi buffoni mascherati, oltre al diritto di lanciar liberamente motti pungenti e parole sconce all’indirizzo dei presenti o degli assenti, possono costringere anche i più restii, servendosi all’uopo della forza fisica, a ballare con loro, possono multare chi meglio credono, facendo pagare qualche moneta, un litro di vino o altro.
Del resto, è risaputo che fino ai primi anni del Novecento erano ancora in uso, a Tempio, il corpetto di pelliccia senza maniche (ciamarru) e uno un pelle rasata (cugliettu), «il travestirsi con pelli ferine o d’animali domestici –scrive De Rosa - è un tardo ricordo d’una delle primitive fogge di vestire di popoli galluresi».
A questo punto la presenza della maschera zoomorfa in Gallura è innegabile. Di questa abbiamo una descrizione nel dizionario del Gana. Essa corrisponde a ciò che la tradizione popolare definisce come “Lu Traicoggju”. Gana lo descrive come: «uno spirito» che trascina un «cuoio di bue o di cavallo al quale sono attaccati paioli vecchi, padelle, ciarpami e catene, percorrendo con altri famelici compagni le vie del paese». Questa maschera era dunque una maschera zoomorfa e, allo stesso tempo, anima di morto, che si aggirava per il paese, secondo la fantasia del popolino, seguita da altri spiriti inquieti, che possiamo individuare nella schiera dei morti (reula) di cui da’ testimonianza anche Gino Bottiglioni. Quale miglior occasione del carnevale per esorcizzare le proprie paure ed incuterne a chi apparentemente non ne ha, per rispolverare le maschere demoniache?
Non sono pochi, infatti, gli aneddoti che ancora permangono nella tradizione orale che trasportano questo “costume” in contesti diversi, ma che hanno nel carnevale l’origine della propria esistenza. Per esempio, si racconta di un uomo che vestito da fantasma si aggirava di notte tra i poderi per rubare gli ortaggi. Per impaurire i poveri agricoltori, “vittime dell’appropriamento indebito”, diceva: «Primma cand’era ‘iu,/ andaggja riu riu./ Abali chi socu moltu / Andu oltu par oltu». Finché un giorno, un agricoltore si fece trovare nell’orto in compagnia di una persona nota per il coraggio e l’audacia che, all’apparire del presunto fantasma che diceva la solita filastrocca, rispose con tono minaccioso: «Bocati la mascariglia/ e fatti ìdé ca sei...». Il fantasma si smascherò, venne riconosciuto e da allora non poté più compiere altre malefatte.
Per quanto riguarda la presenza delle stesse maschere in paesi diversi, una indagine, pubblicata nel BRADS 1982/83, precisa che, in Gallura, a quella data erano presenti le maschere a cavallo (con i costumi tradizionali, che ormai hanno perso la caratteristica di abiti d’uso comune) segnalate a Calangianus, Luras, Obia, Telti, Tempio. La parodia di uomini con fama di scarsa intelligenza ad Aggius, Badesi, Trinità d’Agultu, Viddalba, Vignola. Imitazioni parodie degli esponenti dell’apparato giudiziario a Calangianus e Tempio. Uomini che si travestono da donna e viceversa ad Aggius, Badesi, Calangianus, Telti, Tempio, Trinità d’Agultu.
A questo punto è legittimo supporre che dall’inversione dei ruoli scaturissero maschere particolari di cui oggi non rimane memoria, ma flebili tracce che possono essere interpretate come rappresentazione di un mondo arcaico.
Erano certamente presenti le attittadore; il lamento funebre per la morte di “Re Giorgio” (Gjolgiu) è pervenuto, infatti, fino ai giorni nostri. Il pianto delle “prefiche” che viene eseguito al momento del “rogo”, e che si ispira senza dubbio all’antica tradizione dell’“attittu” che in Gallura veniva esasperata particolarmente fino ad arrivare a “lu raspu”, condannato e vietato dalle autorità ecclesiastiche perché disdicevole, ma che, vista la drammaticità in esso contenuta, non può non avere ispirato le mascherate dei giovani, che a carnevale la riproponevano in forma ironica, travistiti da vedove dolenti e disperate per la morte dell’amato-odiato sovrano.
In proposito, De Rosa scrive che, dopo il “tocco” della mezzanotte della sera del martedì di carnevale «nelle sale (da ballo) si vede entrare una bara, su cui vedesi un fantoccio (Gjolgiu) rappresentante il morto carnevale, portato da quattro individui con lungo codazzo di gente schiamazzante che grida: “carrasciali è moltu! Ohi! Ohi! Ohi!... Gjolgiu meu, Gjolgiu meu, lu me’ fiddolu bonu ch’eri tu, ohi ! ohi ! ohi ! (Carnevale è morto! Ohi....Giorgio mio... tu che eri il figlio mio buono, ohi...). Deposta la bara in terra i doloranti le si mettono in giro cantando una scherzevole trenodia e gettando frequenti ululati che vengono ripetuti dagli astanti». Successivamente viene incontro un corteo funebre che si aggira per il paese...
Nel rispetto dell’inversione dei ruoli è da vedere la nascita del domino, antica maschera tempiese che viene utilizzata dalle donne, ma che riproduce nelle forme il “gabbano” maschile, o gli uomini che indossano abiti femminili in contrasto con una mascolinità esibita nel comportamento o nei gesti. A queste si aggiungono le maschere realizzate con lenzuola, copriletto o camice lunghe da donna che consentivano la trasformazione in “anima di morto”.
Un carnevale ben ricco era, fino a pochi anni fa, quello tempiese. Ma cosa ha portato alla scomparsa di queste maschere? A parte i sermoni di Sant’Agostino e del Papa Zaccaria, riportati da Alziator, che pure devono aver avuto poca presa sul popolo, visto che fino ai primi del Novecento si ha la testimonianza del loro persistere, un potere deterrente maggiore devono aver avuto, senza dubbio, i divieti imposti in varie occasioni dalle autorità giudiziarie, preoccupate che sotto la maschera si celassero dei facinorosi.
Dal quotidiano “L’Isola”, del 1930,apprendiamo che in occasione del veglione dello sport: « oltre venti automobili infiorate, riunitesi nella piazzetta del Carmine, di fronte alla sede del dopolavoro, hanno sfilato per le vie principali della città con a bordo i rappresentanti dei maggiori esponenti dello sport italiano: Carnera, Balonceri, Girardengo, Meazza, Strada, ecc. » Sempre dallo stesso quotidiano, nel 1931, a dimostrazione del fasto carnevalesco già da allora imperante, veniamo a sapere che: « il veglionissimo dello sport – e - il corteo che ha preceduto il veglione (…) hanno destato l’ammirazione della cittadinanza che per un attimo ha ricordato i tempi che furono quando il “signor carnevale” regnava sovrano ovunque ».
Le due guerre mondiali e la crisi del sughero, materia prima fondamentale per l’economia di Tempio, hanno impoverito la manifestazione carnevalesca: le guerre favorendo i contatti degli indigeni con persone portatrici di culture diverse, facilitando così, per inculturazione, l’introduzione di elementi spurii, la crisi economica facendo venir meno, per ovvii motivi, la voglia di divertirsi. Ma il cambiamento più evidente si ha negli Anni Sessanta quando rientra a Tempio, dal “continente italiano”, Salvatore Muzzu che ha portato con sé una ventata di novità, dando così inizio alla “nuova era” del carnevale tempiese e, di riflesso, gallurese.
Compaiono le prime maschere di cartapesta, gruppi di sbandieratori, musicisti, majorettes... maschere e figuranti che animano il carnevale in funzione turistica (richiamando in città migliaia di persone) e mettono in cantina quello tradizionale. Con gli anni, le nuove “figure”, portatrici d’usanze diverse ed esterne alla realtà locale, diventano parte integrante del carnevale di Tempio e della Gallura, ammirate e applaudite dal pubblico che interpreta come maschere ciò che in realtà sono “gruppi” di folklore, ad uso e consumo del turista.
È il segno del dinamismo del carnevale in genere e non solo di quello di Tempio. Anche Viareggio, Cento e tante altre manifestazioni ludico-rituali sono frutto di evoluzione di cui, al momento, la maschera di cartapesta costituisce il centro d’attenzione, pronte a lasciare il posto ad altri simboli che via via si succederanno.
     

  La Reula  Antica maschera tempiese  di Tomaso Pirrigheddu (Arch. Priv. M. A & A. M

Lu Traicoggju

Linzulu cupaltatu   
 

Si ringrazia La Pro-Loco  di Tempio, l'Associazione Carrasciali, lo Studio fotografico di Gian Franco Serafino  e tutti i fotografi estemporanei per aver fornito il materiale fotografico.

 CARNEVALE TEMPIESE - CARRASCIALI TIMPIESU